Teoria della scelta razionale psicologia del benessere

Teoria della scelta razionale psicologia del benessere

Sulla base di questo modello teorico di azione razionale, i programmi educativi e comunicativi tesi a mutare i comportamenti a favore di una promozione della salute prenderanno in considerazione l’obiettivo di fornire informazioni che puntino ad influire soprattutto sugli atteggiamenti individuali e sulle intenzioni che si presume siano rilevanti per quel determinato comportamento.

Ma ci sono tre aspetti che mettono in discussione la teoria “razionale” in psicologia del benessere.

E’ poi così vero che un individuo è influenzato soltanto da norme soggettive e non anche dall’interazione di “influenze molecolari” che agiscono nelle interazioni praticate nei diversi gruppi informali in cui egli vive?

E’ davvero così chiaro che il quadro decisionale sul comportamento da intraprendere sia sempre e comunque di pertinenza individuale, laddove, invece, molti comportamenti hanno bisogno di significati derivanti dalla comunicazione e dalla cooperazione tra più persone?

Terzo, last but not least, è poi così vero che l’intero comportamento sia – come supposto da questa teoria – sottoposto ad un controllo unitario, intenzionale e consapevole, laddove, invece, ciascuno di noi può sperimentare nella sua vita quotidiana l’esistenza di pratiche di auto-inganno nella costruzione della nostra identità sociale?

Anche volendo supporre che il processo decisionale sia di tipo individuale, dobbiamo tener presente che il sé decisionale non è semplicemente un “io” unitario, bensì l’effetto di relazioni con la pluralità dei gruppi a cui apparteniamo e a cui facciamo riferimento. Per questo esso rischia spesso di incappare in credenze normative potenzialmente contraddittorie.

Ciò può rendere talvolta difficile valutare la legittimità riconosciuta alle diverse fonti d’informazione o d’opinione, a loro volta plurali in una società complessa come la nostra. L’informazione scientifica e “razionale” passa attraverso:

Uno spazio mediatico che può comprendere varie differenziazioni e spazi intermedi di rappresentazione al suo interno (non esistono ad esempio solo documentari o trasmissioni o articoli a stampa specifici, ma vi sono anche aree di “fiction” dove le informazioni sono intrecciate in modi meno controllabili, oltre che un’espansione progressiva di offerte informative plurali, dalla cartomante all’ultimo marchingegno quasi-miracoloso lanciato sul mercato per sconfiggere il tale o tal altro disturbo);

un’arena simbolica locale fatta di interazioni tra gruppi che rielaborano e riconfigurano i significati specifici delle diverse informazioni ricollocandoli all’interno dei campi d’esperienza quotidiani del senso comune. Quando ad esempio si parla di “sovra-informazione”, caratterizzandola come un fenomeno tipico del nostro tempo, in realtà ci si sta riferendo ai molteplici accessi informativi virtualmente possibili per gli individui, in relazione alle risorse culturali e socio-economiche a loro disposizione.

A. Schütz mette in risalto sia le diverse tipologie d’individuo sociale sia – soprattutto – l’importanza peculiare dei processi di attribuzione di significato in relazione alle fonti socialmente riconoscibili e ai campi specifici d’esperienza più o meno distanti dalla dimensione pratica a cui gli individui collegano le diverse informazioni.

Il problema diventa quindi come conquistare un posto sociale considerato legittimo in quest’arena competitiva di credenze ed opinioni normative. Da tale angolatura, la comunicazione smette di apparire neutrale o meramente consensuale: sottolineando la presenza di “arene” in cui si contendono rilevanza più tipi di fonti d’informazione e l’informazione stessa, si valorizzano le caratteristiche riflessive, discorsive e pratiche dei soggetti che partecipano a diverso titolo all’interazione comunicativa. Le arene in cui essa avviene sono da intendere qui come luoghi simbolici in cui si costruiscono le definizioni dei problemi sociali: “riteniamo che l’attenzione pubblica sia una risorsa scarsa, allocata attraverso la concorrenza, notando l’importanza delle selezioni operate da ‘gatekeepers‘ culturali ben posizionati per controllare il flusso dei messaggi, sottolineando l’importanza e l’interrelazione tra le istituzioni e i reticoli sociali in cui le definizioni dei problemi sono inquadrate e presentate”.

Diventa chiaro in questo quadro quanto sia importante ad esempio analizzare quale sia il ruolo della medicina nell’arena pubblica come sistema esperto sulla salute. Quanto essa si pone oggi il problema di comprendere e fare i conti con i reticoli dove vivono i suoi “clienti”?

Quanto e come essa costituisce oggi l’unica fonte di comunicazione considerata legittima sulla definizione di concetti come salute e benessere o di temi connessi al disagio o alla malattia?

Oggi, la medicina rappresenta davvero un’istituzione dal significato unitario, la sola accreditata per dare un’informazione ritenuta significativa per influire sul comportamento corretto per la salute con la teoria della scelta razionale psicologia del benessere?

Oppure può accadere che, nonostante la sua indubbia scientificità socialmente approvata, la medicina scientifica ed accademica debba trovarsi in talune occasioni a competere con altre fonti forse meno istituzionali, ma non per questo meno agguerrite, e sia quindi costretta a lottare per guadagnare la rilevanza attesa nella nostra arena pubblica di comunicazione sociale?

E’ probabile, in effetti, che oggi la medicina debba confrontarsi con un contesto in cui la vita sociale è caratterizzata dalla presenza di istanze molteplici e plurali.

Inoltre, prendere in considerazione solo la razionalità rischia di far trascurare l’importanza delle relazioni sociali e delle loro influenze sui significati percepiti di salute e benessere, nel quadro culturale e simbolico della tarda modernità. Persino il livello di attenzione a problemi medici specifici non è funzione soltanto della sua oggettiva descrizione e presentazione, ma è determinato anche da un processo di definizione collettiva.

Perciò gli operatori professionisti di ciascun campo non possono non confrontarsi con gli scenari socio-culturali, nonché i contesti e i meccanismi interpretativi e selettivi che le loro informazioni incontrano. Come sostiene Giddens: “i regimi che riguardano il corpo nella tarda modernità si aprono ad un’attenzione continua e selettiva, sullo sfondo di una pluralità di scelte possibili. La proliferazione degli specialismi è accompagnata dalla progressione di istituzioni moderne e il progressivo restringersi delle arene specialistiche sembra essere l’esito inevitabile dello sviluppo tecnico”.

Nel periodo in cui nasce la Teoria della scelta razionale psicologia del benessere Aumentano il numero, gli specialismi diventano concentrati e più piccolo diventa il campo in cui un individuo può rivendicare competenza esperta; anche in altre arene della vita si troverà nella stessa situazione; come chiunque altro. Il carattere mutevole ed evolutivo della conoscenza moderna fa sì che, perfino in campi in cui gli esperti condividono un consenso, gli ‘effetti filtro retroattivi’ sulla conoscenza e sulla pratica dei non specialisti siano ambigui e complessi. Il clima di rischio della modernità è quindi instabile e in continuo sconvolgimento per chiunque, nessuno vi sfugge.

Ciò implica anche una nuova interpretazione dell’accettazione “passiva” di eventi o comportamenti presentati potenzialmente “a rischio” per la salute, ad esempio. Non è affatto semplice ridurre il problema delle responsabilità di una “cattiva informazione” attribuendola agli interessi di multinazionali o di grandi corporazioni che “cospirerebbero per disorientare il pubblico sui livelli reali di rischio, o usando la pubblicità per garantirsi che una parte importante della popolazione abbia abitudini e comportamenti a rischio.

Né basta pensare che la maggioranza delle persone comuni non sia sensibile al rischio distribuito individualmente o differito. Certo si tratta, sostiene Giddens, di elementi ed aspetti che indubbiamente esistono e hanno il loro peso, ma pure non costituiscono i fattori d’influenza più importanti, che riguardano invece il quadro culturale dello stile di vita contemporaneo: “Dal momento che alcune pratiche specifiche sono di solito messe in atto all’interno di un cluster integrato di abitudini e stili di vita, l’individuo non riconosce sempre i rischi come fossero eventi isolati, a parte”.

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